Nadia: il Paradiso poteva attendere …

31 Mar 2025 | Lost in the stars

Dicono che certe persone non sono fatte per questa terra; per favore non ditelo di Nadia.

Dicono che la parola ‘dono’ abbia la stessa origine di dare; ma il dono di Nadia è stato togliere –  togliermi. Da spigoli, asperità, ritrosie, abusi, timidezze di una mala, tarda gioventù.

Mi ha tolto da tutto questo? No, l’ha semplicemente ignorato, ha guardato la mia parte migliore.

Dicono che Nadia ora stia in un posto altoalto, bellobello chiamato Paradiso … ma …

che se ne fa il Paradiso di Nadia? Non era già perfetto di suo? tutto luce ed azzurro che manco lo si può guardare? Non c’erano già abbastanza angeli e beati e new entry che bussavano alla sua porta? Non era tutto chiarore, bagliore, iridescenza, scintillio, splendore, fulgore? Che avrebbe aggiunto Nadia a tutto questo assoluto? Perché il Paradiso non la lasciava a noi questa candela, questo riverbero, questo lume, questa lampada, questa stella del mattino, fiat lux, baleno all’orizzonte? Che bisogno aveva il Paradiso di Nadia? Che bisogno aveva di toglierla a noi a noi confusi, imperfetti, decadenti, nuvolosi, tempestosi? Della nostra stessa materia era fatta Nadia, senza ali e senza cielo, tangibile, terrestre, secolare come noi. Un po’ più speciale di noi.

Dice Laurie Anderson: Il paradiso è esattamente il luogo dive stai, solo che è molto molto meglio, con Nadia, con gli altri che ora sono qui – Persi tra le stelle –, il posto dove sto era già molto molto meglio.

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Fatti una pera Di NADIA ALLEGRINI – 24 Giugno 2013 – Società

 Nei primi anni settanta tenevo un laboratorio di animazione teatrale a Gratosoglio (Milano). Non ricordo in quale scuola. Un giorno, mentre scendevo lo scalone centrale, sentii un ragazzino infuriato che si rivolgeva a un suo coetaneo, urlandogli: «Ma fatti una pera!». Mi venne un po’ da ridere. Erano anni che non lo sentivo più dire. Subito mi tornò il ricordo di pere di gomma rosso-marroncino, che le nostre nonne, mamme, zie riempivano di acqua tiepida, olio di vaselina, camomilla, e brandendole inseguivano noi, poveri bambini, che cercavamo rifugio sotto i letti o negli armadi, pur di non subire la dolorosa umiliazione dell’intrusione rettale, con successivo mal di pancia e inevitabili conseguenze. Tornata a teatro, ne parlai con Franco il Direttore, che mi guardò sbalordito.
«Di’, ma tu da dove vieni, dal pianeta Heidi?»
«Perché?»
«Guarda che quello parlava di una pera di ero!»
«Una pera di ero, ma che è, un gergo?».
E sì che arrivavo da Genova, dove la droga aveva messo radici prima che in molte altre città. E ne avevo visti di giovani mangiati da quella, tanti amici di mio fratello spariti giovanissimi. Però la storia della pera non l’avevo mai sentita. Li sentivo dire bucarsi o spararsi in vena. I più raffinati si facevano di fixs.
Ci pensavo in questi giorni, quando ho finalmente ricostruito il collegamento tra la pera, il vecchio, benefico, casalingo rimedio, e uno dei più malefici rituali dei nostri tempi. Una volta, anche detto con astio, fatti una pera auspicava al massimo una diarrea. In seguito, invece, forse una morte.

 

Dei tanti interventi di Nadia su La Rivista Intelligente ho scelto questo che, nonostante tutto, mi ha fatto un po’ sorridere ricordando le comuni esperienze di fuga davanti a quelle odiose pompette. Noi bambini di paese avevamo pure un’altra via di evasione: la strada, corse repentine, maratone di centinaia di metri senza ostacoli, e le nostre mamme pazienti ad aspettare. Tornare dovevamo: di fronte a certe ineluttabilità non c’è scampo o via di fuga….